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La crisi dello Stato liberale moderno e del modello democratico nel pensiero di Massimo Cacciari

di Nicola Magliulo

Dalla dissoluzione della res publica cristiana nasce lo Stato di diritto moderno determinato fin dalle origini da un fondamento aporetico: ovvero quello di uno Stato che deve governare per contratto la vita esteriore dei cittadini senza potere nulla sul loro foro interiore. La neutralizzazione delle idee che si vuole perseguire alle origini del moderno, per corrispondere all’anelito di pace iscritto in esse, non può certo sedare i conflitti di interesse; utopica appare infatti la riduzione dello Stato a meccanismo perfettamente razionalizzato, secolarizzato, in cui non dovrebbe restare neanche l’ombra del conflitto tra legge umana e divina, e non trovare posto alcuno il legame di ciascuna anima con la sua fede. Lo Stato moderno appare allora come un gelido mostro senz’anima, secondo la nota definizione nietzschiana: potrà la macchina dello Stato agnostico neutralizzare a faccenda privata, secolarizzare ogni valore, riducendolo a mero valutato, scacciare i poeti dalla città? Potrà imporsi universalmente, e con quali conseguenze, il liberalismo che presuppone il dominio della riduzione a scambio di ogni valore, un’armonia giuridico-economica che non conosce niente che la contraddica; uno Stato ridotto unicamente a patto finalizzato al particulare e alla sicurezza dell’individuo e una politica che venera solo il benessere? Che immagina di poter agire in una indefinita stabilità, spoliticizzando ogni conflitto e rimuovendo la possibilità di antagonismi catastrofici?
Le conseguenze di queste concezioni sono, per Cacciari, già sotto i nostri occhi: la politica si riduce ad amministrazione, il governo delle città assomiglia sempre più a quello di rissosi condomini, in cui si avanzano diritti intesi come particolari spettanze; le istituzioni, i partiti e il Parlamento sono preda della aporia costitutiva tra l’essere istanze di valore e luoghi di espressione degli interessi. In definitiva anche lo sguardo più disincantato e sgombro da ogni giudizio di ‘valore’, non può non registrare la radicale novitas di poteri che si vogliono costitutivamente sottratti, come mai si era verificato nella nostra storia passata, ad ogni riferimento simbolico, ad una misura altra da sé, in grado di limitarli e giudicarli. Perché l’avvento della civiltà della tecnica non potrebbe, allora, implicare anche l’inizio del tramonto per il mito politico di origini greche e l’affermarsi di forme inedite di conflitti per il potere?
Come si può corrispondere a tale crisi? Cosa resta da pensare e da fare in tale crisi? Si danno possibilità altre dall’attendere il crollo dell’antica architettura, e dalla mera riduzione della Politica ad Amministrazione?


Per promuovere una nuova partecipazione politica di singoli e comunità, occorrerebbe infrangere nel concreto il centralismo e la separatezza dello stato e delle istituzioni sindacali e politiche modellate su di esso; violarne uno dei presupposti fondanti, la sovranità indivisibile, iniziando a dividerla, a moltiplicarne e distribuirne i poteri. Si tratta di trasformare secondo questi principi lo Stato moderno contrastando la tendenza all’eliminazione, tra sé e i cittadini, di tutti i corpi, i gruppi intermedi, che abbiano un carattere politico e non solo corporativo-economico; di dare rilievo politico alla maturità civile delle città europee: o possono ancora i cittadini essere trattati soltanto come clienti, votanti, aderenti passivi e utilizzati dai capi di movimenti e partiti?
Aporie della democrazia e homo democraticus
Successivamente dagli orrori compiuti dai totalitarismi da un lato si è assolutizzato il trionfante modello liberaldemocratico; dall’altro, ritenendo tutt’altro che entusiastica la situazione delle società rette da questo modello politico, se ne sono indicati limiti e debolezze. Ma si potrà obiettare: le critiche al modello democratico non rischiano di produrre nuove avventure politiche totalitarie o autoritarie?
In realtà la riproposizione acritica ed ideologica del modello liberaldemocratico non può che produrre contraddizioni ingovernabili, mentre la consapevole teorizzazione dei suoi limiti, potrebbe consentire di attendere agonisticamente il compiersi del suo destino e di prepararsi all’oltre, ad una forma democratica che non presuma di trovare solo in sé il rimedio ai suoi mali ma che si apra, si relazioni ad una misura altra da sé: vero, grande realismo è infatti quello che sa cogliere il limite insuperabile di ogni visione realistica e la necessità di una misura altra, di un’Idea per poter giudicare il mondo per come non è, sottraendosi all’incanto del disincanto.
La contraddizione fondamentale della forma democratica, lacerata tra spinte anarchiche e richieste di autorità, è stata approfondita da Cacciari in vari lavori; in particolare, agli inizi degli anni ’80, in un saggio intitolato: Il linguaggio del potere in Canetti, in cui riflette su opere come Massa e potere di Canetti o sugli scritti ‘sociologici’ di Bataille: <>.
L’ intera cultura politica della sinistra ha interpretato la democratizzazione come finalizzata al compimento-rafforzamento del mito fondamentale che ha determinato categorie e linguaggio politico europeo moderno: quello per cui l’auctoritas dello Stato si fonda sul grado di rappresentatività che riesce a garantire. Essa ha sempre lottato per allargare, in questo senso, la partecipazione di soggetti e movimenti, contribuendo a compiere questa idea di Stato: non ha compreso come l’attuale collasso, conseguente all’esplosione prepotente e frammentaria degli appetiti della società civile, sia stato l’effetto che, per eterogenesi dei fini, la sua cultura e la sua prassi politica hanno contribuito a determinare.
Successivamente nel suo libro L’Arcipelago, Cacciari è tornato ad analizzare l’idea democratica, mostrando sia il vigere delle sue aporie costitutive che la presenza della consapevolezza dei suoi limiti, fin dalle origini del modello classico di democrazia. Imprescindibile diventa allora l’analisi del tipo antropologico che si è imposto nel nostro tempo: l’homo democraticus. In esso raggiunge la massima espressione la contraddizione fondante la democrazia: quella tra ricerca del benessere da un lato e bisogno di protezione dall’altro ovvero tra la vocazione anarchica e quella tirannica della massa contemporanea. Gli individui elevano il proprio particolare immediatamente ad universale ma sono costretti ad essere, loro malgrado, animali da polis; riducono la città, a prodotto dei loro interessi e garanzia della loro tutela, pronti, non appena i loro diritti appaiono minacciati, a trasformarsi in massa. In questo senso l’affermarsi dell’homo democraticus rappresenta la distruzione di ogni forma di rappresentazione e simbolo del Politico, di ogni nietzschiana gerarchia e distanza, di ogni prossimità e relazione con lo straniero, di ogni memoria del problema dello stare insieme, della comunità.

Roma 31 10 2025