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La vita fuori dalle forme, ovvero l’apocalisse del senso comune (e della psichiatria).

“Ho affrontato alcuni problemi dalle pareti più difficili […] trascinando la psicopatologia nel tumultuoso agone della storia, ma tenendomi a distanza dalle consuetudini di certe arcadie accademiche (con i loro osservanti) intente a redigere sempre nuove ‘scolastiche’ delle condotte umane […]

In un tempo di perversa proliferazione di indirizzi conoscitivo-terapeutici (simmetrica a un drammatico vuoto di idee) si dovrebbe tenere aperta la ricerca, sollecitare forme originali di conoscenza, nuove idee di cura. Invece, si assumono, quasi feticisticamente modelli sovente più complicati dei fatti che si tenta di spiegare, non di rado autentici ostacoli conoscitivi e motivo di imbarazzo epistemologico.

Segregare la polifonia della vita psichica in un ordine formale, vieppiù quando si tratta di un’esistenza malata, è una seducente quanto ingannevole illusione.

Quando ci si riesce è sempre a spese della verità. La realtà più problematica e stupefacente resta infatti l’uomo, la più ardua delle questioni”.

Questa è il sentiero lungo il quale Nelson Mauro Maldonato si è incamminato con La vita fuori dalle forme, dove la psicopatologia, in quanto “scandaglio gettato nel sottosuolo della coscienza” e, in quanto tale, esposta allo scacco via via che scende più in profondità, dove la luce si fa sempre più fioca, il buio sempre più fitto e avvolgente.


Credo di poter dire che, più che le teorie, con le quali l’autore si confronta diffusamente nella prima parte del libro (Il mito della realtà), il centro motore dell’ispirazione di Maldonato è dato dalle sue esperienze cliniche, raccontate nella seconda parte (Antologia minima di esistenza mancate).

Dunque è da qui che vorrei partire. Con una scrittura, al tempo stesso efficace ed emozionante, l’autore dà voce a quelli che sono ancora chiamati “pazienti”, riuscendo a restituirci un quadro della sofferenza psichica intesa come crisi della trama intersoggettiva che avvolge l’esistenza di ciascuno di noi. (Uso il termine crisi nel significato greco di separazione e di lotta).

La crisi rompe gli argini della intersoggettività e dei suoi vincoli, esonda verso territori interdetti alle persone “integrate”, genera un universo di rappresentazioni inaudite, che oserei definire profetiche, per la potenza del dolore che manifestano e per l’allontanamento dal senso comune che dal dolore consegue.

Ovviamente, viene meno qualsiasi spazio per sentenze diagnostiche e l’intero spazio è occupato dalle rivelazioni anamnestiche. Anámnesis, categoria sovrana della medicina ippocratica che, nel Menone, fa del riportare alla memoria la strada che conduce alla conoscenza autentica.
Dice Antonio, uno dei “pazienti” del racconto: “Che strani rituali, i nostri. Io pronuncio parole che sono spettri del pensiero e lei prende i suoi diligenti appunti. Non le sembra un tantino ridicola questa cerimonia, questo copione già scritto e visto tante volte. Mi dica: qual è il grado di verità delle nostre parole? Lei non si accorge nemmeno di essere vittima dei suoi brillanti ragionamenti. Non ce l’ho con lei, ma come fa a non vedere questa farsa, di cui siamo le maschere”.

La relazione terapeutica di Maldonato sembra quasi voler oltrepassare la spazialità distanziata raccomandata da Basaglia, quella nella quale “la possibilità di comunicare, di costruire una modalità di alterità, di creare un dialogo presuppone una spazialità distanziata, un silenzio da cui nasce la parola, uno sguardo da cui nasce il vedere […]. È dunque necessario che conservi – per vivere con gli altri – delle distanze, che crei degli intervalli perché la prossimità e la vicinanza con l’altro non degeneri in promiscuità, perché la presenza dell’altro non invada il mio spazio” (F. Basaglia). La relazione terapeutica di Maldonato implica un contesto agonistico, nel quale l’alterità radicale dei due contraenti non arretra di fronte al rischio della falsificazione reciproca.
Le parole dei protagonisti dei quattro casi riportati mostrano che il loro isolamento, pur generato dalla concentrazione dell’attenzione su sé stessi e dalla rottura dei processi intenzionali che danno significato al mondo, non può essere pacificamente ricomposto, poiché ad essere travolta dalla rovina della realtà intesa come costruzione intersoggettiva è proprio la posizione del soggetto.

“Tutte le volte che pronuncio la parola Io – dice Giovanna – ho l’impressione di recitare un testo mandato a memoria”.

Lo psicopatologo non può fare altro che constatare che “Giovanna rifiutava di essere quel che si deve essere, di dire quel che si deve dire, di pensare quel che si deve pensare”.

Dopo tutto, il suo è il rifiuto di indossare quella maschera che consente a tutte le persone “normali” di poter condividere non le gioie e le sofferenze dell’esistenza, ma il loro umbratile simulacro.
Ora è Valerio che parla (un’artista che si propone di “scorticare la superficie delle cose, fino alla materia della materia”).

“Un artista deve fare di sé stesso un capolavoro, essere all’altezza della propria missione. L’essenza della vita è nel muoversi in avanti. Un uomo non è: diviene. Chi vuole essere sé stesso smette di esistere.

Eppoi chi sarebbe questo “sé stesso”? Esistiamo solo nel movimento, nel divenire. Essere in equilibrio è una patetica illusione di esistere, l’anticamera della morte. L’innocenza è il mio filo di Arianna nel caos […].

Lo tenga in mente, solo la strada dell’’eccesso conduce al tempio della saggezza”. Come non pensare al commediante de La gaia scienza, laddove viene (direi definitivamente) messo in discussione il principio di individuazione, la nozione di coscienza come soggetto di ogni impresa scientifica, di ogni processo conoscitivo. Devo dire che mi congedo da Valerio con il desiderio, che non potrò mai realizzare, di immergermi nei suoi quadri non per cercare una impossibile spiegazione di ciò che accade, ma per provare a rintracciare nelle sue immagini una qualche analogia di ciò che accade a me e di come diviene il mondo, in quanto specchio delle mie mutazioni.
Nella prima parte del lavoro, Maldonato aveva affrontato il tema della perplessità psicopatologica, adottando un approccio multidisciplinare, per certi versi eclettico, che mette in gioco contributi provenienti dalla psichiatria fenomenologica, dalla psicopatologia, dall’estetica, dall’antropologia, e dalla stessa letteratura.

L’indagine sulle condizioni epistemiche che fondano la realtà ci rivela la mistificazione insita nella sua presunta oggettività.

La realtà, in quanto cosa autonoma dal soggetto è un mito. La realtà è una determinazione intersoggettiva, alimentata da processi che fanno della percezione il risultato di convenzioni linguistiche e di tradizioni culturali, di ricerche ritenute ammissibili.

D’altra parte lo stesso “Io” è difficilmente identificabile in un soggetto individuale. Proprio l’esperienza psicopatologica ci rivela che quel che chiamiamo “Io” è un’entità plurale, polifonica, in perenne e mai compiuta definizione.

La singolarità dell’esperienza psicopatologica, l’irriducibile singolarità del disagio mentale non solo rende del tutto obsolete le classificazioni nosografiche, ma coglie la relatività della trama intersoggettiva nella quale siamo immersi.
Così come per Jaspers l’“esperienza-limite” (la morte, il dolore, la colpa, il fallimento) non può essere pienamente compresa da una riduzione alla oggettivazione razionale e, pertanto, la malattia mentale è un fenomeno che sfida il principio di causalità, per Maldonato la vita fuori dalle forme è un territorio dell’esistenza che non si presta alla cartografia, che non si lascia catturare dalla concettualizzazione logicamente normata: l’esperienza della sofferenza psichica non è un puro scostamento dalla normalità arbitraria e convenzionale (chi può dire cosa sia la normalità?), è un modo di essere, un’esperienza-limite (Jaspers), non un disturbo. Entrambi criticano l’approccio puramente scientifico ai problemi della soggettività; entrambi riconoscono un valore critico alle esperienze “estreme”.

Ma, mentre Jaspers è interessato ad una ontologia dell’esistenza, nella quale l’intersoggettivo è un cammino che aspira al trascendente, Maldonato appare più ancorato ad una visione immanentista, nella quale l’esplorazione dell’esperienza psicopatologica non necessariamente richiede un oltrepassamento. “Ogni incontro – afferma – è un’avventura verso l’imprevedibilmente altro” che gi guarda in faccia e ci interroga.
Apocalisse e rivelazione è il titolo della parte conclusiva del testo di Maldonato. Qui l’autore instaura una sorta di dialogo a distanza con Ernesto De Martino, il grande antropologo napoletano che, negli anni sessanta del secolo scorso aveva affrontato il tema dello smarrimento apocalittico, anche in collaborazione con Bruno Callieri (già “maestro” dello stesso Maldonato) e Giovanni Jervis (psichiatra, già collaboratore di Franco Basaglia), ne La fine del mondo, opera pubblicata postuma, nel 2016 in Francia e nel 2019 in Italia. In questo lavoro De Martino affianca le apocalissi culturali a quelle psicopatologiche, intese come crisi della presenza: una condizione nella quale il soggetto, travolto da forze, nel contempo psichiche e culturali, si eclissa fino a scomparite come presenza attiva nel mondo.

Per De Martino l’apocalisse è una crisi che può assumere tanto forme individuali (angoscia, smarrimento), quanto collettive (catastrofi culturali e simboliche). La “fine del mondo” non implica la deflagrazione fisica del pianeta, ma il cedimento del mondo come orizzonte di senso, come spazio simbolico in cui l’umano si costituisce. La via d’uscita che De Martino suggerisce, ma che l’umano ritrova, consiste nella ricostruzione del senso, mediato da riti, simboli e pratiche culturali. In un impianto che tradisce la sua formazione storicista, De Martino individua la persistenza un nucleo di valori che ricorre e perpetra sé stesso in una sorta di eterno ritorno, interpretato come tempo ciclico e che, pertanto, sorprendetemene, ignora la visione che in Così parlò Zarathustra, aveva fatto del presente l’unico punto di incontro, quindi l’unico orizzonte di senso, del passato e del futuro.
Per Maldonato, come per De Martino l’esperienza del disfacimento della coscienza individuale deriva da un eccesso di senso, ovvero dalla sua assenza. L’apocalisse è, dunque, un sentimento interiore, che implica la dissoluzione del mondo vissuto e, di conseguenza, la perplessità, il disorientamento, lo smarrimento dell’identità. Ma è anche occasione rivelativa: da questo collasso può emergere una forma nuova, non più imposta all’esperienza ma da questa generata. “Non c’è nulla di patologico nella forma informe dell’esperienza: è lì, a volte, che si cela la possibilità di una rivelazione.”

Dunque la rivelazione non è un ritorno all’ordine del nucleo valoriale, come pare essere in De Martino, ma passa attraverso l’accettazione creativa dell’informe, attraverso la sperimentazione (dolorosa e gioiosa al tempo stesso), che richiama alla responsabilità, alla decisione nell’ora, nel presente… lì sotto la porta carraia di Zarathustra, da cui si diramano i sentieri eterni del futuro e del passato.

Mentre per De Martino la crisi apocalittica si supera attraverso il ricorrere storico dei fondamentali strumenti simbolici, per Maldonato la crisi va abitata, non superata attraverso la restaurazione del senso, ma vissuta come un esperimento che rimanda ad altro che al già noto.

Questo mi pare essere un punto di vista, (di estrazione fenomenologica) più realistico e più promettente. A maggior ragione, dopo che “la drammatica debacle delle visioni metafisico-idealistiche della storia rimette oggi al centro l’azione umana”. In quanto ritorno nell’indistinto, De Martino teme la vita fuori dalle forme, Maldonato la valorizza in quanto spazio del possibile, fonte di creatività e di apertura.
La vita fuori dalle forme è una riflessione intensa sull’esperienza umana che sfugge alle strutture normalizzate del pensiero e del vivere. Maldonato si apre all’universo di ciò che sta fuori dallo spazio angusto delle categorie: l’esperienza informe, il disagio, la follia, la creatività che si ribella alla norma. In questo senso, è interessante confrontarlo con Karl Jaspers e Franco Basaglia, due pensatori che hanno esplorato, seppur da angolazioni diverse, la questione della soggettività, della follia e dei limiti della razionalità.

Il pensiero incarnato e insonne di Maldonato ci restituisce l’esperienza psicotica non come “mancanza di forma”, ma come eccesso di senso, come disgregazione dell’ordine condiviso. Un’occasione a soffermarsi nell’apparente ignoranza, nell’inquietudine, nel domandare. “Credo che, nella ricerca come nella vita, le domande abbiano precedenza assoluta. Soprattutto quando le risposte resistono alle nostre pretese di chiarezza.”
Adelchi Scarano